Perché viaggiare?

Possiamo considerare il viaggio come metafora della vita, ovvero un percorso denso di nuove esperienze che, alla fine, ci riporta dove siamo partiti.

Per una persona in carrozzina, la metafora è ancora più efficace: viaggiare diventa un contesto nel quale occorre misurarsi con situazioni nuove e trovare soluzioni organizzative e logistiche non sempre pianificabili alla partenza; significa indagare le proprie possibilità e potenzialità, comporta fare esperienze preziose sulle proprie risorse e sui propri bisogni al di fuori degli rassicuranti schemi quotidiani.

Il viaggio, dunque, può diventare, se ad affrontarlo è una persona affetta da lesione spinale, una modalità piacevole e divertente per migliorare la conoscenza di sé, delle proprie possibilità, dei propri bisogni e delle proprie capacità di adattamento a luoghi e ambienti diversi.

Tutti coloro che hanno subìto una lesione midollare possono viaggiare, anche se è raro incontrare turisti con tetraplegia grave: ci sono comunque persone che, seppur in queste condizioni apparentemente molto disagiate, viaggiano e si muovono lo stesso, ovviamente coadiuvati da accompagnatori e, a volte, anche da strumenti salvavita, quali il respiratore, che danno istruzioni precise per l’assistenza e gli spostamenti e pretendono caparbiamente di avere le stesse possibilità di tutti gli altri viaggiatori.

Possiamo considerare requisito indispensabile del “turista in carrozzina” una buona consapevolezza della propria condizione e delle necessità a cui non può rinunciare, delle complicazioni a cui può andare incontro e di come affrontarle. Sono determinanti il tipo di viaggio scelto, il mezzo di trasporto utilizzato e i tempi. Non è trascurabile neppure la variabile economica, anche se oggi è possibile trovare viaggi esotici a prezzi più che abbordabili.

L’attrezzatura fondamentale rimane comunque lo spirito di adattamento che, insieme a una buona dose di tolleranza, ottimismo e ironia, al viaggiatore su ruote non può mancare e serve soprattutto nelle situazioni peggiori, quando niente è come previsto ed a 2.000 km da casa nessun tipo di protesta può far sortire i “non servizi” che non esistono.

È inoltre fondamentale saper organizzare gli “aiuti” perché, soprattutto gli “aiutanti” trovati sul campo, risultano spesso sprovveduti e rischiano di fare dei danni a sé e alla persona che vorrebbero aiutare: infatti, ovunque si incontrano individui gentili che vogliono dare una mano, ma quasi sempre ignorano come sia meglio intervenire e rischiano di effettuare manovre goffe e pericolose.

La presenza di un accompagnatore può essere indispensabile e dipende dal grado di autonomia: si può comunque affermare che oggi anche una persona con paraplegia può optare per viaggi da affrontare anche da sola.