Che cosa sono le paraosteoartropatie?
Le paraosteoartropatie (POA) sono neoformazioni calcifiche, di consistenza e natura simile all’osso, che si sviluppano nei tessuti molli periarticolari (tendini, legamenti e aponeurosi), senza interessare direttamente le articolazioni. Di solito compaiono nel primo anno dopo l’evento traumatico e sono appannaggio delle articolazioni sottolesionali (arti inferiori, anca e ginocchio, per i paraplegici; gomiti nelle lesioni cervicali “basse”; spalle solo in quelle “alte”), oppure nel caso di concomitante lesione cerebrale (trauma cranico). Più raramente si possono formare anche in fase cronica, per lo più secondarie ad intercorrenti complicanze locali (traumi, infezioni, trombosi).
Le cause più accreditate sono rappresentate dai microtraumi meccanici (spasticità, immobilizzazione prolungata, mobilizzazioni inappropriate), dalle alterazioni del controllo neurologico del microcircolo periarticolare e da necrosi tessutale conseguente ad ischemia.
Il quadro clinico è inizialmente dominato dai segni di un’infiammazione localizzata (cute calda, edema, dolore se la sensibilità è indenne, a volte febbre); successivamente si osserva una limitazione della mobilità articolare più o meno severa che può determinare, a volte, anche una anchilosi (blocco) vera e propria dell’articolazione.
Radiologicamente, all’esordio è possibile notare solo una tenue opacità dei tessuti periarticolari; con il progredire della malattia si osserva la comparsa, in corrispondenza delle articolazioni colpite, di neoformazioni di tessuto calcifico. Le calcificazioni cosiddette inserzionali, cioè quelle che a volte accompagnano o seguono le periartriti d’anca e di spalla, le epicondiliti e le talloniti, possono dare immagini radiologiche simili ma con localizzazioni e forme diverse: pertanto non basta un referto radiografico di “calcificazione” o “ombra calcare” per fare diagnosi di paraosteoartropatia. Anche in questo caso sarà decisivo il parere del medico che conosce di persona il paziente e la “patologia”.
Per valutare l’evoluzione delle POA (fino all’arresto della crescita: “maturazione”) si utilizza il dosaggio delle fosfatasi alcaline ematiche e la scintigrafia ossea.
La presenza delle POA, compromettendo la mobilità articolare fino all’anchilosi, può limitare i risultati dell’intervento riabilitativo, specialmente nel raggiungimento di una buona autonomia, e predispone, inoltre, alla formazione di piaghe da decubito.
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Quali trattamenti possono essere adottati nei confronti delle paraosteoartropatie?
Il trattamento delle POA non ha dato, fino ad ora, risultati molto soddisfacenti. Può naturalmente rivelarsi importante la prevenzione di posture scorrette a letto e in carrozzina. Altrettanto importanti sono gli esercizi di mobilizzazione articolare passiva e, dove possibile, attiva, che debbono comunque essere prudenti, precoci e ripetuti più volte al giorno: in tal modo viene preservato un grado di articolarità sufficiente a un buon recupero funzionale o, quanto meno, può essere mantenuto un certo grado di libertà articolare. Le terapie farmacologiche (antinfiammatori, difosfonati) e fisiche (ultrasuoni, ionoforesi, crioterapia, radioterapia, onde d'urto) non si sono rivelate sicuramente efficaci. Il trattamento chirurgico trova indicazione quando un'anchilosi non altrimenti risolvibile limiti gravemente l'autonomia del paziente. Va tenuto presente comunque che, se l'indicazione chirurgica non è corretta (in altri termini, se la POA non ha raggiunto la completa "maturazione" e non ha cessato la fase di crescita), è molto elevato il rischio di recidive. Inoltre, dopo l'intervento, che può essere complesso e demolitivo, il "vuoto" che resta nei tessuti a volte tende a fare da "invito" alla formazione di ematomi, con i rischi che ne conseguono, non ultimo la calcificazione dell'ematoma stesso.
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